L’anno appena iniziato si prospetta molto importante per il futuro della viticoltura italiana. L’evidenza del disastro ambientale globale ha accelerato l’interesse per le analisi sull’impatto ecologico di tutto il settore. A fine anno l’Unione europea ha aperto la strada per l’introduzione nei disciplinari di produzione continentali dei vitigni resistenti. Sono chiamati così quei vitigni ottenuti da incrocio tra la specie vitis vinifera (vite europea) e le specie asiatiche o americane, fino al 2022 non ammesse nelle varie regolamentazioni nazionali (anche se in Francia, attraverso machiavelliche ragioni scientifiche, erano già state fatte passare). Le ragioni di tale ammissione sono ecologiche, a quanto pare. Tali vitigni sono definiti Piwi (acronimo del complicato termina Pilzwiderstandfähig che rivela l’importante ruolo della ricerca tedesca in questo settore) e la loro principale virtù e la tolleranza alle crittogamiche cioè a quelle malattie parassitarie (funghi e batteri) che costringono i viticoltori a svariati interventi fitosanitari che, per quanto aderenti ai disciplinari biologici, risultano inquinanti. Dall’altra parte però gli incroci non garantiscono la medesima qualità o meglio le stesse caratteristiche dei vitigni europei di riferimento, il che ne rappresenta un sicuro limite di diffusione futura.

 

Il professore Attilio Scienza, docente di viticoltura dell’Università di Milano e presidente del Comitato Nazionale Vini, saluta con entusiasmo le nuove disposizioni europee. Chiamato a intervenire a ogni piè sospinto sul tema ha esibito le sue posizioni invitando i Consorzi a non perdere tempo per inserire le varietà nei disciplinari e definendo ogni alternativa ecologica, come la viticoltura biologica, “fandonia”.

 

In un articolo apparso sul sito winenews.it del 13 dicembre Scienza definisce ostacoli i vincoli culturali e antropologici che ostano a questa vera e propria rivoluzione ampelografica. Lo fa invocando l’aiuto della comunicazione, anche se non è ben chiaro a quale genere di comunicazione si riferisca. Le affermazioni di Scienza hanno suscitato poco dibattito all’interno della critica enologica nazionale sempre molto timida quando le questioni vanno oltre il bicchiere e toccano argomenti più complessi.

 

A rispondere al professore è il Biodistretto del Chianti (link sito ufficiale) per mano del suo presidente Roberto Stucchi Prinetti. Il Biodistretto si occupa da anni della gestione ecologica del territorio chiantigiano nel quale la viticoltura è uno degli elementi antropici più prestigiosi. Pubblico di seguito la lettera in risposta alle affermazioni di Scienza non pubblicata pubblicata il 27 dicembre dallo stesso sito winenews.it al quale era destinata inizialmente (link all’articolo):

 

Il Biodistretto del Chianti sulla proposta di autorizzare i vitigni “resistenti”

La notizia del “via libera” dell’UE all’introduzione dei vitigni cosiddetti “resistenti” è per noi motivo di allarme e preoccupazione, e come Biodistretto del Chianti ci sentiamo chiamati ad intervenire per chiarire alcuni aspetti per noi essenziali.  La spinta ad accelerare l’introduzione dei vitigni “resistenti” è esplicitamente giustificata dalla considerazione, espressa dal Prof. Scienza più volte, che la viticultura biologica è un mito e non una realtà.  La realtà è invece quella di una crescita continua del Bio che nel Chianti Classico ha superato il 50%. Siamo a buon punto anche nel trovare alternative al rame e allo zolfo per prevenire peronospora e oidio; accelerare proprio ora una introduzione massiccia di vitigni ibridi “resistenti” è ingiustificato.  Sarebbe corretto invece investire di più nella ricerca di soluzioni diverse, coerentemente con le conoscenze espresse dall’agroecologia. Al contrario autorizzare i vitigni “resistenti” avrebbe l’effetto di diminuire la biodiversità incentivando l’impianto di vigneti con bassa variabilità genetica. La “resistenza” di queste varietà nel tempo poi è tutta da dimostrare: l’esperienza e l’agroecologia indicano che ci sarebbe un rischio importante di sviluppo nel tempo di ceppi resistenti delle malattie fungine.  Questo danneggerebbe tutti i viticoltori a lungo termine a fronte di un vantaggio limitato e tutto da dimostrare.

 

Particolarmente preoccupante poi è l’ipotesi di permetterne l’uso nelle denominazioni di origine: questo sarebbe uno stravolgimento di uno dei valori aggiunti fondamentali delle denominazioni e dell’agricoltura biologica, cioè la territorialità. Il patrimonio di variabilità genetica e clonale è da preservare e valorizzare, e vanno evitate scorciatoie come quella rappresentata da questi ibridi.

 

L’altro effetto estremamente negativo sarebbe la spinta ad estendere gli impianti di vigneti in zone non vocate, cosa davvero inopportuna e che indebolirebbe ulteriormente le aziende di piccola e media dimensione che sono l’ossatura del sistema e che vanno invece incentivate.

 

Come in altri casi si tratta di una scorciatoia che favorirebbe la viticoltura più aggressiva dal punto di vista ambientale e sociale. È anche molto preoccupante l’invito ad accelerare l’uso di tecniche di editing genetico come l’NBT, tecniche che sono state giustamente criticate dalle associazioni del Biologico per i rischi che comportano. La viticoltura biologica orienta le scelte colturali verso le vocazioni territoriali e guida le pratiche agronomiche verso il mantenimento della fertilità del suolo e dell’equilibrio dell’agroecosistema. Questa è la strada maestra che va perseguita e per questo chiediamo di respingere questa spinta ad accelerare l’introduzione di ibridi che potrebbero danneggiare la parte più autenticamente innovativa della nostra viticoltura.

 

Il riferimento nell’ultima parte all’editing genetico è puntuale. È infatti su queste nuove tecnologie di manipolazione genetica che gli sforzi del comparto vivaistico sembrano puntare perché, come afferma l’agronomo Maurizio Gily in un brillante articolo sul periodico MilleVigne (n.4/2021), “È inevitabile che si pensi, e non da oggi, all’ingegneria genetica come una possibile strada per avere, detto in parole povere, viti resistenti alle malattie ma capaci di dare un vino con lo stesso gusto di prima: cosa difficile se non impossibile da ottenere con l’incrocio classico ma, almeno in linea teorica, possibile con la genetica innovativa”.

 

È ovviamente ancora Scienza a sostenere, senza esitazione, l’impiego delle nuove manipolazioni genetiche in viticoltura. Nel corso di alcune conferenze di fine anno, il professore ha introdotto l’argomento attraverso un paragone quanto meno azzardato e che vale la pena riassumere.

 

Secondo Scienza il nuovo paradigma scientifico sulla classificazione delle varietà di vite deve basarsi sulla genetica, cioè sull’identità o diversità dei tratti di genoma, e non sulla morfologia ossia sulla forma esteriore della pianta. Quest’ultima viene paragonata a una sorta di razzismo vegetale secondo il quale la vitis vinifera è una specie superiore rispetto alle altre. Il paragone è quanto meno azzardato, ma confermato nella citazione dell’opera ottocentesca – gli albori degli studi antropologici ­– del conte De Gobineau, Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane (1856) nel quale il francese postulò la superiorità della razza bianca. Scienza definisce quindi la nuova genetica come meticciato in grado di risolvere i problemi della viticoltura tradizionale tacciata di razzismo.

 

Postulata l’uguaglianza delle specie vegetali per la medesima origine genetica allora perché non dare importanza all’uguaglianza di tutti i viventi? Quale principio di superiorità permette all’essere umano di manipolare a proprio piacimento altri sistemi viventi come quello vegetale determinandone una nuova forma genetica? Nessun principio credo e quindi lascerei perdere i sofismi di Scienza anche perché ritenere la natura a nostra disposizione ha condotto allo scempio contemporaneo.

 

Più interessante è tornare al già citato articolo di Gily. Le nuove tecniche genetiche, scrive l’agronomo, sono sostanzialmente due: la cisgenesi e il genoma editing. La prima è paragonabile agli organismi geneticamente modificati poiché prevede l’introduzione di geni della stessa specie ma di varietà diverse per ottenere individui dalle caratteristiche programmate. L’editing invece è una riscrittura di una infinitesima parte del genoma che sia per omogeneità con la pianta di partenza sia per la minima porzione di cambiamento può essere considerata clone dell’originale e non una nuova varietà. Gily non vede, al momento, controindicazioni a questa tecnologia a meno di pregiudizi sul concetto di intervento genetico (che io, per inciso, mantengo) e conclude il suo interessante articolo invitando a prevenire la privatizzazione dei brevetti attraverso un “un investimento rilevante nella ricerca pubblica, che possa mettere a disposizione tali risorse a costi accessibili per tutti e con un’equa ripartizione del valore lungo la filiera”.

 

Con altrettanta competenza interviene sull’argomento Valeria Sodano, docente presso il dipartimento di Economia e Politica agraria dell’Università Federico II di Napoli e membro del comitato tecnico scientifico del biodistretto del Chianti.  In un suo approfondito articolo analizza il genoma editing applicato all’agricoltura e, in particolare, cerca di confrontare la nuova tecnologia con il biologico.

 

Ciò che viene definito genoma editing è il CRISPR-Cas (clustered regularly interspaced short palindromic repeats and CRISPR associated proteins) la cui scoperta è valsa alle due scienziate Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna il premio Nobel per la chimica nel 2020. Grazie alla sua efficienza, precisione e ampia gamma di applicazioni, la tecnica promette molti vantaggi in settori quali l’agricoltura e la biomedicina. Focalizzando l’attenzione alla viticoltura, modificare il genoma delle vite può condurre non solo, come abbiamo visto, alla resistenza contro malattie come l’oidio ma addirittura potrebbe rappresentare una soluzione a disagi incombenti quali siccità e temperature elevate.

 

È senza dubbio tali obiettivi che la scienza si prefigge per garantire le condizioni strutturali che hanno permesso all’economia della viticoltura di affermarsi e prosperare. L’approccio però è riduzionista. Nel suo articolo Sodano esemplifica come tale tecnologia possa rappresentare una sorta di scorciatoia per l’industria alimentare nel garantire prestazioni e qualità omologate. Ne è un esempio. piuttosto allucinante, il fatto che le modifiche genetiche potrebbero comportare nel campo dell’allevamento animale “una maggiore produttività e tratti modificati che rendono gli animali più resistenti allo stress biotico e abiotico associato all’ambiente malsano dell’allevamento intensivo (come l’assenza di corna e la resistenza a batteri e funghi presenti nelle stalle sovraffollate)”.

 

Tralasciando i dubbi tecnici, da discutere in contesti con specifiche competenze, a sollevare domande sull’ammissibilità di tale tecnologia è l’etica dell’impiego. Per fare questo occorre attivare una sensibilità complessa che vada oltre il mero obiettivo della sperimentazione scientifica e soprattutto considerare, per una volta, la viticoltura parte di uno scenario agricolo e non una disciplina a parte. Come dice la professoressa Sodano “La capacità del sistema alimentare di fornire cibo sicuro ed economico con processi di produzione che possano essere facilmente e liberamente accessibili agli individui e agli stati è chiaramente una condizione per la democrazia e la sovranità statale, così come per il diritto fondamentale alla vita, che è collegato ai diritti al cibo e alla salute. Le tecnologie di editing del genoma possono essere considerate come tecnologie dirompenti, in quanto possono in breve tempo rendere le tecnologie alternative obsolete e non più accessibili, con il caso peggiore la perdita irrimediabile di semi e animali tradizionali con il loro materiale genetico originale intatto e riproducibile in natura. In ogni caso, le nuove tecnologie genetiche sono incorporate in sistemi di brevetti che precludono un’accessibilità equa e universale, ed esacerbano gli sproporzionati squilibri di potere già presenti nella catena globale di approvvigionamento alimentare. Di conseguenza, pongono dei rischi economici, sociali ed etici che non sembrano essere meno pericolosi dei rischi di sicurezza”.

 

Posizioni puramente scientifiche non hanno motivazioni sufficienti a far svoltare la viticoltura verso metodologie che possono, per un periodo più o meno lungo, rappresentare argini a emergenze climatiche o di inquinamento; tali approcci devono considerare le implicazioni ecologiche complesse determinate in periodi piuttosto lunghi e che hanno a che fare anche con conseguenze sociali. I vincoli culturali e antropologici sono parte essenziale del mondo del vino: ne caratterizzano il suo sistema simbolico e relazionale. Non è possibile rovesciarli nel breve periodo come auspica il professor Scienza.

 

Riferimenti:

www.winenews.it (link e link)

www.millevigne.it (link)

 

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Da Pubblicato il: 8 Gennaio 2022Categorie: Articolo di Testa2 Comments

2 Comments

  1. Monica Raspi 8 Gennaio 2022 at 12:29 - Reply

    Non posso che condividere TUTTO, e sottolineare che il “genoma editing”, in italiano candidamente tradotto in Tecniche di Evoluzione Assistita, altro non è che “correzione del patrimonio genetico”. Io trovo che correzioni su correzioni ci hanno portato ad un dissesto sconsiderato di clima e territorio. Penso anche che dovremmo tornare ad una osservazione attenta della natura con la quale forse conviene collaborare, senza cercare di piegarla.

  2. Paolo Cianferoni 10 Gennaio 2022 at 22:03 - Reply

    Quando la scienza diventa solo business è e sarà sempre a vantaggio di pochi. Nel libro “Il Tao dell’Ecologisa” di Edward Goldsmith lo si dimostra già molte decine di anni fa.

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